giovedì, maggio 22, 2008
Ascoli che in realtà si chiama pietro è il mio coinqulilino ed è proprio un bravo fante, lavora come consulente esterno a mediolanum channel, il canale satellitare di banca mediolanum. Si, è proprio quella di ennio doris, conosciuto ai più per i cerchi che imperterrito continua a tracciare nella sabbia e per il fatto che il matrimonio della figlia fu interrotto dal sacerdote per consentire al presidente del consiglio, invitato ritardatario, di salutare ed omaggiare i non ancora sposi. La sede della banca è a milano tre che poi è la replica esatta di milano due ma dall’altra parte della città da cui entrambe prendono il nome.
Verso l’una meno un quarto oggi mi trovo per lavoro lì vicino e chiamo pietro annunciandogli la mia imminente visita in occasione della pausa pranzo; dopo essermi infilato infilato in un’illusione degli anni ottanta raggiungo la mia meta: è il palazzo meucci, sede del canale aziendale. Mi basta parcheggiare e scendere dalla macchina per captare un’atmosfera che mi sembra famigliare anche se lì per lì non focalizzo, ci sono piccoli gruppi di ragazzi imbruttiti che camminano, gente che telefona sorridendo e altri che salgono in macchina. Inizio a capire qualcosa: mi ricordo che per oltre un anno ho lavorato nell’ufficio marketing di una nota società bancaria, mi ricordo le pause pranzo e le piccole passeggiate per far finta di vivere una vita, i discorsi degli altri che in questo periodo vertevano immancabilmente sulle vacanze a santorini, le cravatte comprate senza voglia di chi non sarà mai a suo agio. Incontro pietro che mi guarda e ride. Capisco, non sono proprio in tono con l’ambiente, me ne rallegro e mi riempio del mio sentirmi migliore.
Incuriosito e in salvo ormai da anni approvo la visita alla mensa aziendale che poi è tipo un autogrill di quelli carini in legno con tavoli da 4 e da 6; appena seduto inizio a fare birdwatching e recupero dalla mia diretta esperienza le regole di composizione del tavolo in pausa pranzo. Allora, ci sono quelli dello stesso ufficio o quelli che vengono dalla stessa zona e si conoscono a forza di prendere gli stessi mezzi pubblici alle stesse ore ormai da anni, le amiche che si raccontano del bamboccio che le sta tarmando e gli appassionati di moto che sui loro blackbarry si mostrano reciprocamente le foto delle imprese in pista la domenica. Poi ci sono i salentini che in ogni azienda e in ogni dove fanno sempre e comunque comunità a parte. Le signore si una certa età e dalla posizione gerarchica elevata si muovono con eleganza e apparente disinteresse a ciò che succede attorno: in realtà stanno controllando minuziosamente con la capacità di non farsi notare frutto di anni e anni di occhiate di sotterfugio. Le trentacinquenni aggressive del call center invece guardano dritto in faccia e mangiano un’insalata o uno yogurt sfogliando i cataloghi delle agenzie di viaggio. Gli uomini hanno tutti la spillina aziendale sulla giacca scura; pietro mi spiega che a seconda della posizione sono di metalli sempre più preziosi fino ad arrivare alla spillina di banca mediolanum in diamanti. Sono nel pieno decadentismo da cultura aziendale e a suggellare questo mio momento appare, come un satori, il presidente doris. Mi dicono sia normale vederlo in mensa, c’è comunque una guardia del corpo che controlla la situazia. Farà i cerchi nel risotto?
Inizia ad essere un po’ troppo per questo povero cuore inacidito e decidiamo di scendere a bere il caffè aziendale del bar aziendale; faccio due passi nei vialetti aziendali e poi entro a vedere gli uffici dove lavora pietro. Sono uffici. Li riconosco. In qualsiasi azienda tu vada sono tutti uguali, con le pagine della gazzetta attaccate e ormai ingiallite, le cartoline dalla croazia e il poster che in un determinato momento avrà fatto sorridere ma che ora è fuori tempo. C’è uno che mangia un panino da solo ed è il più che rispetto.
Poi esco e fuori sembra di essere in un posto vero, c’è la gente che cammina e palazzi dai nomi importanti, ci sono parcheggi e bar e panchine in cui sedersi. Ma niente è vero, niente di tutto quello che vedo è vivo, è un simulacro. E’ solo un’illusione aziendale. Mentre sto per lasciare il povero Ascoli in quella valle di lacrime il mio sguardo si imbatte in una meraviglia e proprio non resisto: voglio una foto davanti alla fontana aziendale.

lunedì, maggio 19, 2008
Sarà che dopo un intero weekend di pioggia ti alzi con una malinconia accennata e non del tutto fastidiosa, sarà che, come quando ti svegliavi nel tuo piccolo appartamento in bellsize park e guardavi fuori dalla finestra, le strade sono ancora umide dalla notte ed il mondo attorno a te si risveglia e inizia a far finta che ci sia un perché; sarà che dopo un caffè in mezzo agli interisti con cappellino tricolore ti infili al supermercato e guardi nel carrello degli altri canticchiando november rain, che poi è la canzone che meglio si addice al sentimento di questa mattina. E’ quasi automatico; weekend di pioggia, strade umide e malinconia accennata ma poco fastidiosa porta immancabilmente a cantare november rain.
Sarà che poi torno a casa e metto su l’acqua per il tè e faccio qualche telefonata per lavoro, fuori inizia a spuntare il sole per davvero ed ho la barba ben rasata e i capelli che mi piacciono; sarà anche che ora me ne vado in palestra e che nel pomeriggio mi vedo con la tipa più bella del mondo, sarà che sono due anni che non ci vediamo e abbiamo tempo e voglia di raccontarci un sacco di cose. Sarà anche che tra due settimane me ne vado per tre mesi al mare e già sento il sole che mi asciuga le ossa e mi fa brillare gli occhi.
Saranno queste cose e di sicuro sarà anche quello che al solito non riesco a capire ma ci sono vibrazioni incontrollabili, c’è la vita che riparte e la mia retorica da libro cuore. E quindi, mi butto per le strade della città e sono nuovamente consapevole di tutto ciò che vedo attorno, i’m a shock trooper in a stupor yes i am.
mercoledì, maggio 14, 2008
Se passi per caso davanti alla Stazione di Salice nel tardo pomeriggio di una giornata primaverile, ci trovi seduti due tipi curiosi. Parlottano tra loro di cose assurde e di gossip spicciolo, di progetti per il futuro e di scottature passate mentre un cameriere dall’aria simpatica porta le spremute, e le stecche delle sedie segnano le gambe scoperte. Si guardano continuamente in giro e sembra quasi, dai brevi imbarazzi che i due camuffano brillantemente, che sia la prima volta che si vedono. Lei ha un volto particolare, una parlata particolare ed un atteggiamento particolare; ha la pelle chiara e i capelli dalle sfumature indecifrabili. Lui sembra essere più grande eppure, nonostante una coppola a stemperare, è vestito come un ventenne.
Se ripassi per caso davanti alla Stazione di Salice un’ora dopo nello stesso pomeriggio di primavera, ci ritrovi quei due seduti allo stesso tavolo, adesso leggermente più sciolti, che continuano a parlare di cose assurde e gossip spicciolo, di macchine nuove e di amici e di reggae mentre un cameriere dall’aria interrogativa porta via i bicchieri ormai vuoti delle spremute. Adesso i due si alzano e se ne vanno e sembra quasi, dai brevi imbarazzi che i due camuffano brillantemente, che non abbiano un’idea chiara di dove andare. Lei cammina più distaccata ed ha le gambe bianche e segnate dalle stecche della sedia. Lui sembra che cerchi di capire bene cosa lei abbia di particolare. Si specchia in una vetrina ed è vestito come un ventenne con la coppola.
Se potessi vederli un’altra ora dopo, in quella che ormai è una calda serata di primavera, lei che è particolare e bianca e dalle sfumature impossibili è da sola in casa sua che si cambia e pensa a domani e agli angeli, forse chiama la sua amica e le racconta del tipo della Stazione, forse anche no. Lui che non è particolarmente bello e si veste come un ventenne è invece in macchina che deve correre a rispettare impegni rimandati ormai di ore, ripensa a ciò che ha detto e che si è sentito dire, fuma un rimasuglio di sigaretta e non ha amici che possano sapere della tipa della Stazione. Non chiama nessuno ed ascolta Joe Strummer.
Se alla sera mentre fumi ripensi ai due tipi che hai visto seduti alla Stazione di Salice, inizi ad immaginare cosa ci facevano lì e se veramente non si erano mai visti prima e cerchi di indovinare le coincidenze e gli incroci che li hanno seduti a quel tavolo in quel posto così vicino e lontanissimo; sorridi della tua immaginazione e riprendi a guardare la tv con la speranza che, comunque sia, quei due anche solo per un minuto si siano piaciuti davvero.
mercoledì, aprile 30, 2008
Arriviamo al magnolia che sono le dieci e quindici, c’è la coda per fare la tessera arci e la coda per il biglietto da cinque euri, il concerto dovrebbe iniziare verso le dieci e mezza e si scorge già una discreta presenza di persone all’interno del locale. Come sempre non riesco bene a decifrare la tipologia di gente che frequenta questo locale ma ormai riesco a farmene una ragione. Mi bevo una birretta mentre aspetto l’inizio del concerto, faccio un giretto e cerco facce amiche mentre aspetto l’inizio del concerto, mi giro una sigarettina e me la fumo seduto sulle panche fredde all’aperto mentre aspetto l’inizio del concerto. Davanti al palco da oltre mezz’ora c’è la ressa. Aspettano tutti l’inizio del concerto. Verso le undici meno dieci la gente inizia a spazientirsi, si sentono i primi sterili lamenti, i primi vaffanculo sottovoce; verso le undici e quindici è tutto un gridare bugo stronzo, hai rotto il cazzo, allora vuoi iniziare e roba del genere. Io sono nervoso ed agitato, la gente è troppa e brutta e insulsa; davanti ho due stronzi che si baciano continuamente a non più di dieci centimetri dalla mia faccia tanto che inizio a credere mi vogliano coinvolgere, dietro ho una tipa che avrà vent’anni e nessun accenno di personalità, tiene tra le mani la giacca e mi pianta continuamente il gomito destro nella schiena. Ad un certo punto mi prendo la briga di chiederle il senso di tale posizione, lei mi risponde che siamo tutti attaccati e mi tocca farle notare come anche io sia attaccato ad altra gente pur senza piantare gomiti nelle schiene di nessuno. Il meglio play è quello che in una ressa del genere e in un locale di cinque metri quadrati si accende la sigaretta. A quel punto sono pronto a scoppiare. Quando sono le undici e venticinque l’artista bugo sale sul palco e vi giuro che si prende tanti di quei vaffanculo che il sorriso gli si leva immediatamente dal viso. Io sobriamente grido “tagliati i capelli ebete” mentre pietro grida semplice e lineare “bugo vaffanculo”. E vabbè, parte il primo pezzo e la voce praticamente non si sente, la batteria è buona e la chitarra suona giocattolosa alla moda del momento. Aspetto il secondo pezzo fiducioso e la voce si sente ancora meno, fa caldo, la stronza inutile dietro di me continua a spostarsi per cercare di vedere il suo eroe, quelli davanti si baciano e al mio fianco arriva un gigante di due metri per duecento kili che mi fa caldo solo a vederlo. Mi giro, faccio un cenno a pietro e me ne vado, mentre quel branco di coglioni che sono dietro di me fanno forza con le braccia per non farmi passare. Ora io dico, vi stessi chiedendo di passare per andare avanti capirei l’ostacolarmi, ma se ti rendi conto che me ne sto andando, cazzo fai resistenza col corpo se ti chedo permesso….l’unico che conosco è mauro e lo becco fuori che fuma, totalmente estraneo al fatto che ci sia un concerto. A mezzanotte salgo sulla macchina e riprendo il forlanini per tornare a casa che domanimattina devo pure lavorare. Sono nervoso, agitato, schifato, scioccato e cattivo. Bugo ha l’audience più stupida d’italia e io ero quello col borsalino e la spilla dei ramones, brutta massa di ignoranti.
sabato, aprile 19, 2008
Andiamoli a vedere da vicino quindi questi design victims che da giorni infestano ed ingorgano le strade della città; salgono amici dalle vallate liguri e chissà che si aspettano, attratti da eventi allucinanti e open bar promessi e accennati. Ho un appuntamento alle dieci in via solari, la pizzeria pomodorino, la coda per un tavolo già prenotato, le hostess con le scarpe di vernice e le calze a rete fradice e sull’orlo di una crisi di nervi, gente che si chiama al telefonino da un tavolo all’altro, camerieri distrutti dalla coca e dalla fretta, il mio mal di testa amplificato dall’umido e dal mio sobrio disprezzo per la razza umana. Continua ad aggregarsi gente, arriva la giulia e la cri è in contatto telefonico semi perenne con la valsangiacomo, ci siamo io e pietro e il gallagher e giacomino, il pol con altri disperati è in giro tra i vari spot ed open bar, cerchiamo di tenerci in contatto. Ci alziamo da tavola che è mezzanotte e mezza, andiamo a incontrare qualcuno allo spot T35 che poi è un albergo assurdo e inarrivabile dove ci sono problemi, sembra; troppa gente, per ora non si entra, piove e c’è stallo, la cri si arrabbia e intanto partono giri di messaggi e telefonate alla ricerca del party più cool, incontro una mia cara amica che non vedevo da anni ed è ubriaca o non so cosa e mi racconta in un minuto del suo lavoro e del libro che le stanno per pubblicare, vedo altra gente incontrata spesso nei locali, troppe facce da coglione per non esserne infastidito. Nel frattempo il pol comunica che “in culo i party noi siamo a bere in un baretto di via savona”, sarà la scelta migliore? Noi si beve un vodka e limone terribile che amplifica il mio malditesta e aumenta l’insofferenza, e la musica? E mettete della musica, anche terribile ma vi prego, coprite il tono da stronza classista di questa cretina alta due metri che siede al tavolo vicino. Sopporto abbastanza e poi convoco la compagnia in seduta plenaria nel mio appartamento, dove arriviamo bagnati e forse infastiditi. Il mio malditesta continua, fumiamo ed ascoltiamo masterplan che è il mio album preferito degli oasis, sono le tre, parlo su skype con al e sua moglie dal messico, ultimo giro di vodkina e tutti a dormire.
Mi alzo che è quasi l’una, la mia testa ancora fa male, sono nervoso e odio tutti, sono acido che è una meraviglia, apro la finestra e faccio il dito al cortile come anni fa dalla finestra sul naviglio, metto su gli AFI e i NOFX, grido leave it alone follow the grain e una mamma allontana dalla mia finestra i bambini che giocano con la biciclettina. Prendo un antidolorifico e confidenza con me stesso, riprendo contatto con lori meyers e mi ricordo di matilde e di quelle rose che lasciò anni fa sulle scale (surprises let me know she cares).
Adesso forse ci sono di nuovo, iniziano i messaggini del giorno dopo e del sabato pomeriggio. Palloni, parco, shopping.
- that’s me on the back of the bus, that’s me in the cell, that’s me inside your head -
used_to_be_furious_g
venerdì, aprile 18, 2008
Lavo i bicchieri di stanotte e metto su l’acqua per il the, sono le otto e dodici fuori piove ed ho la testa annebbiata dalla vodka con limone e dalle storie che mi hai raccontato e ancora ballano qui attorno. Il letto che prende aria e vicini curiosi che sbirciano dalla finestra, metto su johnny cash e poi joe strummer e rino gaetano, something to believe in e stay young, metto due cucchiaini di zucchero di canna nella tazza di the al bergamotto e inizio a scrivere questa cosa, penso a cose slegate mentre tu stai pensando al mio farti sentire importante, alle serate su in mansarda con la mia borsa dei dischi e il milledue del tuo tipo abituato alla dance commerciale che suonava orgoglioso e assetato gli screeching weasel e paolo conte e ray gelato e poi ancora i queers ed io cantavo e ti facevo ballare e poi ridevo che non eri tu ciò che cercavo e non ero io ciò che volevi. Mi gusto questa tazza di the che tengo stretta tra le mani e te la dedico, sorso dopo sorso, mentre la scritta regular si riflette sul microonde e mi preparo ad un’altra giornata in cui sarò da solo e dovrò far finta, sarò acido e dolciastro, come sempre sarò scontroso con i banali e non risponderò ai cretini. La pioggia fuori lava l’aria rimasta sporca dalla sera, mentre cammino svogliato sul parquet da poco, qui al primo piano di via brioschi.
giovedì, aprile 17, 2008
black lips + danko jones + leeches + cane
Con la primavera torna la stagione dei concerti in città, gli animali da appartamento e i maniaci della birretta al solito bar tutte le sere riprendono a muoversi tra locali che sono gli stessi, alcuni nuovi ed altri ancora che hanno levato lapidi e ragnatele e hanno dato una imbiancata. Era dura, ma il transilvania live sono riusciti forse a peggiorarlo. Era dura, molto dura. Per altro non ti fanno uscire e se ti sei dimenticato che so, le sigarette in macchina, ti tocca scroccarle. Hanno poi messo all’aperto alcuni lettini da spiaggia che tutto sommato nel dopo concerto ti invitano a farti una braschella con gli amici che incontri per caso o per programma. L’inizio della settimana del design mi ha visto impegnato in una doppietta martedì mercoledì proprio al musicdrome nell’ordine per black lips e danko jones.
I black lips sembrano dei bambini, ci prova il cantante con dei baffoni assurdi (tra l’altro perfettamente in tono con la camicia country) ma non funziona. Sono quattro americanotti e da quanto mi raccontano negli anni passati i loro concerti erano più esibizioni trash che altro, poi una sorta di maturazione artistica (ma che ne so io…) e il passaggio ad etichetta patinata con tanto di seguito di ragazzini stilosi da rivista patinata ha fatto si che il trash lasciasse sempre più spazio al live che vedo io: un concertino secondo me piacevole con pesanti riferimenti ai beatles e ad una certa psichedelica con una goccia di country. Il tutto condito dai giochetti di eco e loop che il più bimbo della band fa con un piccolo campionatore. Non c’è tantissima gente ma c’è un tipo vestito da cane (giuro. Tuta in pile da cane bianco chiazzato nero, con tanto di maschera e orecchie penzoloni) che raccoglie le maggiori attenzioni di questa folla di (sembra)ebeti che poga male e su musica dai suoni giocattolosi e non proprio velocissima. Se questi capitano ad un concerto dei bad religion vanno in crisi epilettica, mi trovo a pensare. Il tutto finisce abbastanza presto, salutiamo franz il messicano massi e qualcun altro e ce ne andiamo al surfers’den a farci offrire vari giri di birrette e shot di rum da un altro franz mentre dei romani giocano rumorosamente a bigliardino e io mi ritrovo a parlare dei diritti degli anziani con una certa veronica che viene da madrid e studia nella mia vecchia università. Capisco che è ora di andare a dormire. Già.
Mercoledì c’è danko jones con i leeches e un’altra band di supporto. Bisogna arrivare presto, il messicano ha mandato un messaggio di avviso. Alle nove si inizia. Frase della serata: secondo me siamo un po’ in anticipo per la viulenza. Alle nove non fa rock and roll per niente, ma vabbè. Stasera c’è addirittura la coda, e quando entriamo i leeches stanno già suonando, massi è fantastico come sempre e conclude con chicca magistrale: dopo essersi spalmato un kiwi in faccia si presenta con una spada di plastica e ci investe tutti della carica di gran signori del rockandroll allo stato puro. Suona l’altra band ma noi usciamo a fumare sui lettini da spiaggia di cui sopra insieme a dei ragazzi di piacenza. Ci sono due ragazze che sembra debbano parlare per forza e fanno domande tipo ma per venire da la spezia voi fate la cisa e sei a milano per studio o per lavoro e roba del genere. Rispondo serio conscio del ruolo di indie pacato che franz mi ha affibbiato la sera prima. Deh…poi inizia danko, mi metto nelle tribunette di destra insieme alla stefania e al metihus che però è arrivato dopo mezz’ora e pure senza birra. Il concerto me lo aspettavo più tirato, certo i pezzi nuovi sono più melensi e lui sta facendo il tour con questo disco e quindi c’era da aspettarselo ma sentire la carica dei pezzi vecchi e poi subito dopo dover rimanere fermi ad ascoltare pezzi che non solo non conosco ma che sono pure scarichelli non è piacevolissimo, specie in un concerto che quel sudatissimo demente rockandroll fa durare per oltre un’ora. Alla fine comunque resta la sensazione di un bel concerto con ottimi musicisti ed alcuni pezzi che sono parte del mio recente passato e ai quali sono particolarmente legato. Non c’era il cane ma una tipa ha tirato sul palco delle mutandine rosse con numero di telefono. C’era poi nikki, senza la tipa carina del concerto degli hives, cazzo, figata!ra poi nikki ma senza la tipa che sapete, contavo di vederla. se con numero di telefono. zzi che sono parte del mio recente pas
Io ero quello con la coppola e il mio simil k way american apparel da un bel quarantotto.
Fuck_the_shit_g
mercoledì, aprile 09, 2008
Hives in concerto ovvero: psicopatologia di una ragazza graziosa
Sabato scorso sono andato al concerto degli hives. All’alcatraz. Coda per trasformare il voucher in biglietto regolare, coda per uscire dalle casse, coda per rientrare nel locale ma da una porta tre metri più a destra (e fammi entrare già che sono lì no?) una tipetta insulsa dalla faccia da stronza che mi fa un timbro sulla mano destra. PUNK. Uau, stasera sono tutti punk, ce lo hanno pure scritto sulla mano. L’unica che ho incontrato con un timbro diverso è stata l’arianna che tra l’altro secondo me era pure offesa dalla faccenda. Vabbè. Gli hives, svedesi, bellocci (oddio) veloci, rockers, garagers, posers, insomma un casino di cose che finiscono in ers. Come potevasi prevedere c’era pieno di giovanotti, in particolare ragazzine carine e ragazzi dai tagli di capelli impeccabili. Punk una sega. Per fortuna che ho incontrato il messicano e massi dei leeches che negli anni mi hanno dato notevoli dimostrazioni di attitudine punk, qualsiasi cosa avesse voluto dire allorquando, e parlo ormai di oltre dieci anni fa, di attitudine punk si rivestivano la maggior parte delle nostre patetiche conversazioni alcoliche e le pagine delle fanzine che leggevo.
Mi sono innamorato anche sabato. Lo so lo so, non sono uno affidabile, mi innamoro una volta alla settimana ma che ci posso fare… Il messicano mi sgama e mi dice che quella tipa la conosce, è lì con loro. Urca, mi dico, è fatta. Il messicano mi dice anche che non sa se il tipo con cui sta parlando è il ragazzo o cosa. Il tipo è Nikki, uno dei miei deejay preferiti e fonte di ispirazione per i miei deejayset sempre più rari. Ecchecazzo, competere con radio deejay è un poco ardua, mi dico, nonostante la ragazzina sembri sfuggire al pelato basettone. Seguo il tutto da distanza, tra la mia voglia di parlare a lei ma anche quella di confessare a lui che lo ascolto spesso e ho pure l’album che aveva pubblicato quindici anni fa quando ancora aveva(mo) i capelli lunghi. Un brutto trip, direbbe il drugo lebowsky. Alla fine sono riuscito più o meno a fare entrambe le cose. Mi sono quindi svelato con Nikki dopo che mi aveva passato una sigaretta con pochissimo tabacco e alla fine del concerto ho abbozzato un dialogo di venti secondi con la tipa di cui già sapevo il nome sostenendo che il cantante era grassoccio quindi non si capiva perché tutte le sbarbate erano in delirio. Mi sa che anche questa è stupidotta mi sono trovato a pensare. Certo, ma quanto è carina, Mamma mia.
Poi ieri ho mi sono casualmente imbattuto nel suo myspace, scoprendo forse anche il posto dove lavora, ho richiesto l’add e nel pomeriggio sono pure andato alle colonne in quel negozio che credevo e infatti era lì che faceva la commessa e mamma mia quanto era carina. Si ricorderà di me? Il Myspace sicuramente non l’ha visto ancora, cosa faccio, attacco bottone? Aspetta un secondo, provati qualche giacca a caso e una felpa osservando chi è questa tipa più da vicino. Si si, è stupida, ne sono certo. Ma quanto è carina, cosa devo farci: comunque sia vince quello sguardo e quella smorfia un poco buffa. Mi serve la sua collega, chiaramente. Prendo una giacca tipo k-way sacrificando 48 euri solo per guardarla altri tre minuti. La proprietaria (o quello che è) mi sgama e ride mentre pago. Ridono un po tutti. Cazzo, ho passato già i trent’anni e sono qui in questo teatrino patetico. Ho passato i trent’anni ma continuo ad innamorarmi come un ragazzino ed è bello perché per questi due giorni in cui non ho fatto altro che pensarla, lei è riuscita inconsapevolmente a darmi molto di più o comunque a prendersi molto di meno di quanto riuscirebbe conoscendosi e uscendo insieme ecc. Perchè io chissà perché mi innamoro dell’idea di una persona, non della persona. E poi oggi sono ormai passati due giorni, e dal myspace nessuna novità. Pensa te, se non accetta la richiesta di amicizia di myspace è proprio una cretina. Ed io ormai ho avuto quello che volevo. Mi sono convinto di essere innamorato ed è quanto basta. Di una che probabilmente è una cretina, ma non avete idea di quanto sia carina.
lunedì, aprile 07, 2008
Ed eccoci nuovamente qui, dove gli alberi si rivestono delle tonalità di verde che intravedo dalle grandi finestre al primo piano di via Brioschi, nel mio ennesimo appartamento, con una parete rossa. E’ di nuovo il tempo delle serate lunghe, delle birre leggere e delle compagnie improvvisate, nei tiepidi finesettimana di milano, per le strade del ticinese e dietro i vecchi angoli del quartiere di porta romana. Si riparte quindi con i concerti e gli innamoramenti di una sera, i numeri e i nomi scritti al volo e mai chiamati o ricordati, i profumi strappacuore e i ragazzi adesso non più giovani, nervosi nelle loro auto lucide e incolonnate. Ci sono io che cammino con lo sguardo verso i tetti, con le cuffie che sono di nuovo grandi e le ragazze che ogni tanto, se proprio ne hanno voglia, mi guardano con attenzione. Ci sono io con le mie solite paure, con le notti insonni, con il fascino discreto di chi sa che alla fine non ci arriverà e la maledizione di chi forse nemmeno ha tentato. E c’è il sapore di tutta una vita che si condensa in un’ora dalla luce romantica, c’è una notte assurda vicinissima all’amore che possiamo capire, con una ragazza conosciuta qualche mezz’ora prima, che ha baciato a lungo l’inchiostro sul mio petto e si è poi addormentata e mi ha abbracciato e abbracciati ed entrambi in salvo abbiamo dormito, mentre io davvero non ero sicuro del suo nome. Ci sono le sette di sera, le signore ormai anziane con i visi distesi e simpatici e i bambini del piano di sopra che hanno fame e provano a non cadere dal triciclo. C’è tutta la vita, che buffo, mentre si appanna la vista, mentre attorno agli occhi ci sono righe che non ricordavi, mentre i tuoi amici sono padri ed hanno i capelli bianchi, e tu inizi a capire dove hai sbagliato e dove è finito tutto quello che hai volontariamente lasciato per strada..
venerdì, settembre 14, 2007
E domani in qualche maniera si esce dal sogno, anche se sara' festa e vacanza ancora; si abbandona mexico city e il suo mercato della festa nazionale, i combattimenti di lucha libre in piazza e i palchi hard rock, l'hamburgueresa cucinata da una madre dallo sguardo dolce e i bei ristoranti nei quartieri eleganti_ E per forza di cose si devono lasciare alle spalle la casa di Frida e la strada di pietra che sale a Real, nel mezzo di un altopiano spoglio ascoltando e riascoltando Romance in Durango, no llores mi querida, dios nos vigilia...Real de Catorce, con le sue vie ripide e sconnesse, che scendi controsole sulle note della musica di Sergio Leone, i preparativi per la festa in piazza e la piccola banda per un matrimonio distratto, mentre si appendono bandiere ovunque e gli anziani del posto si fermano volentrieri a parlare con te_Si lascia Real dicevamo, dove anche i bambini si muovono lenti, nel bagliore pacato e soffuso delle sua piccola valle, dove la gente viene in vacanza e poi torna e ritorna e si ferma magari per sempre_Que viva Real_My name is your name.
|
|